Quattro anni. Sono passati quattro anni dalla pubblicazione dell’ultimo album di Panda Bear e ora finalmente ci siamo: Noah Lennox è tornato. Certo, non sono stati anni di silenzio totale considerando l’uscita di Painting With nel 2016, ma quello è un lavoro degli Animal Collective e Panda Bear ormai è qualcos’altro, tanto che in Tangerine Reef del 2018 il gruppo ha fatto a meno di lui.
Con Buoys, il suo sesto album solista, Noah Lennox o Panda Bear, ha deciso di rallentare le cose, con l’obiettivo di esplorare i metodi moderni di registrazione e di produzione. E subito si apre con le sfumature di Dolphin, e prende direzioni completamente nuove che un po’ si avvicinano ai suoni della trap mentre la voce resta pura, una cantilena piacevole che sovrasta un loop “acquatico” e un basso che fa tremare le cuffie.
To the sea
To the end of the road
Could it be?
Has it always been so, so quiet?
A poco a poco i pezzi si costruiscono uno dopo l’altro pronti ad esplodere con effetti impetuosi e voci raddoppiate che culminano in una celebrazione divertita. Lennox continua la sua ripetizione, attraverso i riff di chitarra, il suo canto e i vari effetti sonori utilizzati tra cui l’autotune che inizialmente provoca una smorfia, ma si fa presto ad abituarsi. Come ha sempre fatto, Panda è sicuramente riuscito a mescolare un gusto unico anche in questo nuovo album, e nelle cuffie si sentono subito tutti gli elementi nuovi che costruiscono la ricerca di un nuovo sound. Si tratta senza dubbio del suo disco più minimalista dopo Young Prayer. Un disco che sotto molti punti di vista sembra meno complesso dei precedenti.
La produzione in generale è piuttosto buona, il mix tra gli elementi folk e quelli più elettronici riesce alla perfezione. La voce di Noah si mescola a ritmi scanditi dalla chitarra ma non particolarmente articolati. Inner Monologue, settima traccia del disco, vede la voce di Lennox alle prese con quello che sembrerebbe appunto un dialogo con se stesso, il tutto mentre in sottofondo si distingue chiaramente il pianto di una donna e la batteria, che fa una delle sue rare comparse.
Ran away
Don’t run away
We ran away
Don’t we run away
Noah ha sempre usato la sua voce come fosse un altro strumento, stratificandola e distorcendola con effetti da studio e in Buoys la sua voce è al centro del mix. Però, perché c’è in effetti un però, qualcosa manca: le melodie hanno sì mantenuto una certa giocosità semplice, ma hanno perso il mistero e la profondità che avevano in passato; sono rimaste sobrie, a tratti banali. Campionatura, feedback e altri “rumori” (il gocciolare dell’acqua, il laser, l’elastico) sembrano più delle distrazioni, dei tentativi di sembrare a tutti i costi nuovo, diverso, psichedelico. Tentativi che in alcune tracce sembrano forzati e fini a se stessi. Poi Lennox inizia a cantare, ed è palese che vera protagonista del tutto sia la sua voce: decadente, impastata dal riverbero, fa impallidire tutto ciò che lo circonda.
Ascoltare Buoys è un po’ come entrare in punta di piedi in un sogno a occhi aperti per Panda Bear, un sogno che non diventa mai un bellissimo sogno ma neanche un incubo. E allora non resta che lasciarsi trascinare e travolgere dalle sue narrazioni profondamente umane ed ipnotiche.
Bentornat* a In tempi interessanti, la solita carrellata di musica spaziale che vale la pena…
Eroine di Kate Zambreno, in Italia pubblicato da nottetempo nella traduzione di Federica Principi, è…
Andrew Scotchie viene da Ashville (North Carolina), e si prepara a una serie di concerti…
La scuola dei disoccupati di Joachim Zelter (ISBN edizioni, traduzione di Barbara Ciolli) si presenta…
Questa sera prende il via la fase cruciale dell’ottava edizione del Premio Buscaglione, uno degli…
“la mia memoria mescola tutto quello che è venuto prima e quello che è venuto…