Essere attaccati alla terra in cui sono nati e vissuti i propri avi, combattere ogni forma di esproprio non lasciandola, anche se ti hanno distrutto la casa e portato via ogni cosa. Rimanere comunque, ad ogni costo, fino a rifugiarsi nelle caverne, perché se te ne vai significa che hanno vinto loro.
No Other Land racconta del coraggio delle famiglie del villaggio Masafer Yatta, in Cisgiordania, che combattono contro gli espropri ordinati dal governo israeliano per la costruzione di una zona di addestramento militare: Masafer Yatta si trova nel governatorato di Hebron, all’interno della zona C di West Bank e, per questo motivo, sotto controllo diretto dell’esercito israeliano (IDF).
Fresco vincitore agli Oscar 2025 nella categoria miglior documentario, “No other land” è un documentario realizzato dal collettivo israeliano-palestinese formato da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballat. Presentato in anteprima al festival di Berlino nel 2024, in Italia è arrivato nelle sale cinematografiche a gennaio 2025: essenziale, diretto, crudo e artigianale, il documentario racconta senza filtri edulcoranti la realtà cui sono soggetti i palestinesi che vivono in West Bank, sotto la perenne e soffocante occupazione israeliana.
Tra le altre pellicole in lizza agli Oscar nella stessa categoria c’erano “Black box diaries” della giornalista e attivista Shiori Ito, “Porcelain war” di Brendam Bellomo e Slava Leont’jev, “Soundtrackto a coup d’etat”, di Johan Grimonprez e “Sugarcane” di Julian Brave NoiseCat ed Emily Kassie.
I quattro del collettivo documentano la resistenza del villaggio lungo un arco di cinque anni, dal 2019 al 2023: le giornate dei palestinesi sono scandite dall’incessante litania funebre delle ruspe che distruggono dalle fondamenta le case, i ricordi e la vita degli abitanti di Masafer Yatta.
La storia della resistenza del villaggio della Cisgiordania accompagna il giovane Basel Adra, classe 1996, fin da quando è piccolo: nel corso del documentario ricorda l’impegno di suo padre Nassel, attivista e proprietario di una pompa di benzina, e di quando, ancora piccolo, veniva portato alle manifestazioni.
Con No Other Land le nuove generazioni prendono così la fiaccola della resistenza palestinese e per testimoniare l’occupazione decennale della Cisgiordania: nel 2019, con l’arrivo delle prime ruspe e degli ordini dell’IDF di lasciare il villaggio, Basel Adra inizia a documentare i soprusi che gli abitanti di Masafer Yatta subiscono quasi quotidianamente, pubblicandoli sui propri social o inviandoli ad associazioni umanitarie. Viene aiutato da Yuval Abraham, giornalista israeliano di Be’er Sheva di un anno più grade di Adra, che si impegna a denunciare quanto sta accadendo nel villaggio: accolto non senza imbarazzo dagli abitanti di Masafer Yatta, instaura un rapporto professionale e di amicizia con Basel, animato sia dalla volontà di lottare per un futuro migliore, sia dall’inevitabile scontro tra occupati e oppressori. Attraverso i discorsi via via più intimi dei due ragazzi, coetanei, traspaiono le disuguaglianze: vivendo sotto l’occupazione militare israeliana, Basel non può spostarsi liberamente senza dover richiedere dei documenti all’esercito, mentre Yuval è libero e padrone del proprio destino.
«Non dovrebbero dimenticare che anche loro una volta erano deboli. E non ci riusciranno, falliranno con tutte le loro forze non convinceranno mai i palestinesi a lasciare questa terra»
Da qui l’importanza del dissenso, di testimoniare, di rischiare la propria vita perché la crudeltà e gli espropri da parte dell’esercito israeliano non rimangano nascosti al mondo intero, per far sì che la sofferenza della Cisgiordania non rimanga nell’ombra dell’indifferenza. Un’urgenza, quella che sentono Basel e Yuval, che li spinge a organizzare manifestazioni pacifiche – con striscioni e palloncini – per bloccare il lavoro delle ruspe al suon di “Se urliamo non moriamo”, a filmare costantemente i soprusi dei soldati impassibili di fronte alla sofferenza che perpetrano da anni sul popolo palestinese.
La stessa urgenza che spinge i palestinesi a resistere a oltranza, ricostruendo ciò che è appena stato distrutto e che- sanno benissimo – quando ritorneranno le gru e i panzer e distruggeranno nuovamente tutto, in un eterno ciclo di violenza e sopraffazione senza fine: con tenacia e un profondo attaccamento alla terra si nascondono nelle sue viscere, fino ad andare ad abitare nelle caverne un tempo utilizzate dai pastori della zona, per ribadire che non esiste un’altra terra diversa da questa per la popolazione palestinese.
Il documentario si conclude a ottobre 2023, poco dopo l’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas e l’offensiva israeliana riversatasi non solo a Gaza, ma anche in West Bank: Basel filma l’aggressione di alcuni coloni armati contro il villaggio, in cui il cugino viene ucciso da un colpo di fucile. A seguito di diversi attacchi dello stesso calibro, tanti palestinesi sono fuggiti dalla propria terra per sottrarsi alla violenza dei coloni.
Le violenze in Cisgiordania sono andate intensificandosi nell’ultimo anno e mezzo: secondo i dati dell’Ocha (l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umani, ndr) tra il 7 ottobre 2023 e il 31 dicembre 2024 si sono verificati 1.860 episodi di violenza da parte dei coloni israeliani. Con la tregua a Gaza firmata a inizio 2025, le violenze dello Stato Ebraico si sono concentrate sulla Cisgiordania, con il via dell’operazione “Muro di ferro” a Jenin.
Già nel 2024 “No Other Land” aveva scosso l’opinione pubblica tedesca, durante la Berlinale, dopo il discorso del regista palestinese Basel Adra e il giornalista israeliano Yuval Abraham fatto sul palco, al momento del ritiro dei premi come miglior documentario e quello del pubblico.
«Siamo qui ora di fronte a voi, io e Basel, e abbiamo la stessa età. Io sono israeliano, Basel è palestinese. E tra due giorni torneremo in una terra dove non siamo considerati uguali. A differenza di Basel io non vivo sotto una legge militare. Viviamo a 30 minuti di distanza, ma io ho diritto di voto, Basel no. Sono libero di muovermi dove voglio in questa terra, mentre Basel, come milioni di palestinesi, è bloccato nella Cisgiordania occupata. Questa situazione di apartheid, questa ingiustizia deve finire»
Le parole di Abraham, applaudite con entusiasmo da parte del pubblico in sala, sono state ampiamente criticate da parte di diversi politici tedeschi: in Germania il sostegno a Israele è ampiamente condiviso da tutti i partiti, perfino quelli della sinistra, per motivi storici legati alla Shoah e alla sua elaborazione collettiva.
In particolare, il sindaco conservatore di Berlino, Kai Wagner (della CDU) ha affermato che “l’antisemitismo non ha posto a Berlino, e questo vale anche per la scena artistica”. Esponenti dei partiti sinistra del governo non si sono comportati diversamente: l’ex ministra alla Cultura Claudia Roth, del partito dei Verdi, dopo essere stata additata a responsabile di quanto successo sul palco, ha criticato fortemente l’unilateralità delle affermazioni dei registi, accusandoli di un “odio profondo verso Israele”.
«Circa due mesi fa sono diventato padre e spero che mia figlia non debba vivere la stessa vita che sto vivendo io ora – ha esordito Basel Adra al momento della premiazione – Ho sempre avuto a che fare con la paura della violenza, demolizioni di case e spostamenti forzati che la mia comunità vive e affronta ogni giorno sotto l’occupazione israeliana. Nessun’altra terra riflette la dura realtà che sopportiamo da decenni e a cui ancora resistiamo mentre chiediamo al mondo di prendere seri provvedimenti per fermare l’ingiustizia e la pulizia etnica del popolo palestinese».
«Abbiamo fatto questo film, palestinesi e israeliani, perché insieme le nostre voci sono più forti. L’atroce distruzione di Gaza deve finire e gli ostaggi israeliani brutalmente rapiti il 7 ottobre devono essere liberati. Quando guardo Basil, vedo mio fratello, ma non siamo uguali. Viviamo in un regime in cui io sono libero secondo la legge civile e Basil è soggetto a leggi militari che distruggono la sua vita e che non può controllare. C’è un percorso diverso, una soluzione politica senza supremazia etnica, con diritti nazionali per entrambi i nostri popoli. E devo dire, mentre sono qui, che la politica estera di questo paese sta contribuendo a bloccare questo percorso. Perché? Non vedete che siamo tutti interconnessi? Che il mio popolo può essere veramente al sicuro se il popolo di Basil è veramente libero e al sicuro. C’è un altro modo. Non è troppo tardi per la vita, per i vivi», ha commentato Abraham al momento della premiazione.
Non si è fatta aspettare la critica israeliana al discorso dei vincitori del Premio Oscar. Miki Zohar, ministro alla Cultura di Israele, ha commentato su X: «La vittoria dell’Oscar per il film No Other Land è un momento triste per il mondo del cinema. Invece di presentare la complessità della realtà israeliana, i registi hanno scelto di amplificare narrazioni che distorcono l’immagine di Israele di fronte al pubblico internazionale».
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