Lisa Bosi nel suo Going Underground racconta la vicenda artistica e umana dei Gaznevada, facendo diventare semplice una cosa molto complessa: il racconto della Bologna degli anni Settanta. Crea un linguaggio che trasgredisce dal documentario classico, fatto di ricostruzione storiche degli eventi o di cornici entro le quali certi fatti avvengono e si avvicina maggiormente al cinema, a un film in cui i personaggi riassumono in sé o talvolta sono anche il frutto dell’ambiente che vivono. In questo senso i Gaznevada diventano una delle tante possibilità per raccontare quella Bologna, somma e prodotto di tanti mondi che si incrociano sotto le Torri. L’istituzione del corso di Arte Musica e spettacolo all’Università nel 1971, l’affluenza di studenti da quasi tutte le regioni d’Italia, una maggiore propensione all’arte e alla creatività, una serie di lotte per i diritti, il Movimento del ’77 che avrà in quella città un cuore pulsante e a volte insanguinato, l’esperienza di Radio Alice, altro anelito di libertà, l’arrivo del punk come nuova subcultura non solo musicale, con le sue parole d’ordine dei “fai da te” e del “No Future”, la propensione alla vita in comune nelle case occupate e ahime i fiumi di eroina che inonderanno le strade sostituendo quasi di colpo le droghe leggere, sono tutte linee che compongono un nuovo perimetro esistenziale per quella generazione che cresce sotto i Portici.
Going Underground è uno spietato e prezioso enorme videoclip che racconta il percorso di questi ragazzi che si trovano a essere giovanissimi una delle prime band punk della città con un seguito, senza lasciare praticamente mai la dimensione di precarietà esistenziale che avvolge tutta la vicenda. Divideranno la casa in via Clavature 20 con i disegnatori Filippo Scozzari e Andrea Pazienza in quella che definiranno una piccola Factory newyorkese alla Wharol, chiamata Traumfabrik. Vita in comune che pare abbia spinto Pazienza a mettere nel tratto di matita del suo personaggio Zanardi proprio i connotati del chitarrista dei Gaznevada Ciro Pagano in arte Robert Squibb. E un nome d’arte in quella band ce l’avevano anche gli altri sin dall’origine: Alessandro Raffini (Billy Blade), Giorgio Lavagna (Andrew Nevada), Marco Dondini (Bat Matic), Gianpietro Huber (Johnny Tramonta) e Gianluca Galliani (Nico Gamma).
“Eravamo partiti da una performance musicale della crudeltà, luci fredde, dure, strobo paranoiche, movimenti sul palco convulsi, isterici, spettacoli violenti, lucidi e incatalogabili come era la nostra musica, non legata a moduli stantii, emanazione diretta di una situazione incerta, catastrofica e senza futuro.” Gaznevada
Le voci fuori campo dei Gaznevada accompagnano lo scorrere delle immagini che, come in una macchina del tempo, li mostrano giovanissimi alle prese con la scossa dei Ramones, (di cui subito coverizzarono le canzoni, sottoterra, al Punkreas), col festival Bologna Rock o i Clash a piazza Maggiore, e con le prime canzoni, dall’episodico brano Mamma dammi la benza che li ha avvicinati temporaneamente al punk demenziale dei concittadini Skiantos, fino a Sick Soundtrack (che si apre proprio con la traccia Going Underground), disco che resta secondo diverse classifiche degli anni a venire, tra i migliori momenti rock, avviando anche il sodalizio, durato ancora per qualche anno con la Harpo’s Bazar , poi Italian Record di Oderso Rubini, che tanto ha contribuito nel mettere su disco quel momento di esplosione del punk rock italico. Le sperimentazioni elettroniche in pieno stile new wave accompagnano i primi cambiamenti musicali della band che nel tempo muoveranno più decisamente verso quel fenomeno chiamato Italo Disco e dopo ancora verso il pop, soprattutto quando gli anni 80 serviranno più a fare dischi che a fare musica.
Il brano I.C. Love Affair, presente nell’album Psicopatico Party sarà la svolta verso il successo, pezzo dance che passerà in tutte le consolle dei club e aprirà le porte di tv e major. I cambi di formazione saranno sempre più frequenti, per motivi artistici e personali ma quello che viene fuori da questo racconto che li rivede tutti uniti per questo docufilm è l’impressione che quei ragazzi davvero si sono scelti come gruppo umano prima ancora che musicale, con tutti gli inferni che li hanno attraversati a partire dalle droghe o alla comune epatite che li vedeva ricoverati in ospedale mentre la stazione di Bologna saltava in aria quel 2 agosto 1980. Lisa Bosi riesce con una innovativa narrazione rock a farci rimanere saldamente nel 2025 ma allo stesso tempo quasi a metterci dei microchip sotto pelle che ci fanno vivere da vicino anche i colori, i tempi rallentati o accelerati, e le sensazioni di quei mondi che si susseguono dentro le immagini, in una bolla onirica pronta a scoppiare all’improvviso. E questo è cinema.
“E ora dove stavamo andando? Era questo l’unico futuro possibile? Gli anni Ottanta erano lì per fare soldi, non per fare arte. Dal rock demenziale al post punk all’italo disco alla house, la maggior parte di queste definizioni non le sentivamo minimamente nostre. Non siamo mai riusciti a godere del presente, eravamo sempre da un’altra parte. Il futuro ci ha affaticato.” Gaznevada
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