Un mattino in redazione qualcuno ha proposto una breve rassegna di pellicole che si possono vedere su MUBI, la piattaforma di film che a inizio anno ha messo in offerta l’abbonamento al prezzo simbolico di 1 euro per tre mesi. Da questo guizzo è nato questo articolo collettivo, film da recuperare che ci portano a girare il mondo e aprire gli orizzonti dello sguardo. Buona visione.
Il debutto di un regista, a cura di Sara Deon
The Here After – Magnus von Horn, 2015
Un giovane ragazzo, John, viene rilasciato dal carcere dopo avere commesso un grave crimine, e fa ritorno a casa erroneamente convinto di avere espiato appieno le sue colpe nel corso dei due anni di detenzione. The Here After (2015), debutto del regista svedese Magnus von Horn, esplora il senso di colpa e l’incapacità di perdonare sullo sfondo di una comunità rurale svedese dall’orizzonte spoglio e opprimente.
Come aveva già fatto magistralmente Thomas Vinterberg con Il Sospetto (2012), anche in questa pellicola vengono messe a nudo le complessità e i meccanismi sociali dei piccoli sobborghi rurali scandinavi, ma se in Vinterberg il crimine commesso dal suo protagonista era un’invenzione, frutto cioè di un episodio di isteria collettiva, nel film di von Horn il crimine è tanto reale quanto agghiacciante, e la detenzione di due anni scontata dal giovane non sembra esaurire le sue colpe agli occhi della comunità locale. Ritornato a casa dalla sua famiglia, composta da soli uomini – il padre, il fratello minore, il nonno gravemente malato -, per John si apre una quotidianità di silenzio, incomunicabilità e un crescente senso di minaccia nei suoi confronti, che di lì a poco si trasformerà in una violenza concreta e brutale.
Nel film di Magnus von Horn non c’è nessuna possibilità di redenzione, con dialoghi ridotti al minimo e una fotografia che riflette il vuoto emotivo dei personaggi. Ad aumentare il senso di desolazione sociale e alienazione non è solo l’impossibilità per la comunità rurale di accettare il ritorno di John, ma anche l’apparente imperturbabilità di quest’ultimo, spingendo lo spettatore a interrogarsi se questa apparente vacuità sia dovuta alla consapevolezza di non potere ottenere il perdono, o se sia una totale incapacità di riconoscere l’entità del proprio crimine e le sue conseguenze. In ogni caso, nella pellicola non vi è nessuna retorica sulla riabilitazione: la violenza passata di John continua a vivere nei gesti e negli sguardi di chi lo circonda, e l’ossessione per il castigo diventa un meccanismo perverso, che non risparmia vittime né carnefici.

Rassegna Ullman e Bergman, a cura di Stefano Marino
Persona, Scene da un matrimonio – Ingmar Bergman
All’interno della rassegna “Liv e Ingmar: scene da un matrimonio creativo”, Mubi propone due capolavori scelti tra la decina di film in cui Ingmar Bergman ha diretto Liv Ullman: Persona e Scene da un Matrimonio.
“Il mio Stradivari”, così il grande regista svedese descriveva l’attrice norvegese. Una sorta di entità capace di creare una musica perfettamente accordata al sentire bergmaniano, l’unica interprete possibile per tutti i mondi immaginati da Bergman. E, proprio nella scelta dei due film proposti da Mubi, si può vedere l’incredibile eterogeneità della sua poetica, in grado di offrire due capolavori così diversi: uno sperimentale, metafisico e simbolista – Persona – e l’altro – Scene da un matrimonio – che parla dell’argomento più prosaico e normale che possa esistere: la fine di un amore borghese.
In un periodo di giuste celebrazioni della figura di David Lynch, rivedere Persona è ancor più strabiliante del solito: si riconoscono nel film tanti temi che saranno così cari al regista americano – basti pensare al gioco di scambi e sovrapposizioni tra i personaggi interpretati da Liv Ullman e Bibi Andersson.
Dopo aver lavorato a Persona, Bergman e Ullman iniziarono una relazione sentimentale, relazione che era già giunta al capolinea quando girarono insieme Scene da un matrimonio. Nata come miniserie televisiva in sei puntate, poi, in seguito, adattata a film di 163 minuti, la pellicola riflette su un rapporto di coppia che non ha più nulla da dare e oramai giunto al capolinea. Tra riflessioni sul senso dello stare insieme e su tutto il sentimento che ci può essere anche dopo una fine, il film rimane tuttora una delle più convincenti e realistiche rappresentazioni dell’amore mai apparse sullo schermo.
Streghe e congreghe, a cura di Martina Neglia
Witches – Elizabeth Sankey, 2023
Se c’è una cosa che mi ossessiona nell’ultimo periodo è il modo in cui le storie di cui ci siamo nutriti ci aiutano poi a raccontare noi stessi. È quello che fa Sankey nel suo bellissimo e commovente documentario/video-essay Witches, approdato su mubi alla fine dell’anno scorso. Sankey prende e disseziona la figura della strega utilizzando spezzoni da vari film della storia della cinematografia (i riferimenti sono tantissimi: da Rosemary’s Baby a The Witch, da Il Mago di Oz a The Craft) e attraverso un ampio lavoro di montaggio ricostruisce questo archetipo del femminile per parlare della sua depressione post-parto e del periodo trascorso in un istituto psichiatrico. La strega, che nelle sue declinazioni è la donna arcigna dai poteri magici, ma anche l’outsider, la pazza, colei che in qualche modo si discosta dai rigidi dettami della società, diventa quindi il mezzo attraverso cui aprirsi sulla propria malattia, psichiatrica e quindi già di per sé ostracizzata, e ancor di più se legata alla sfera della maternità. Ma dove c’è una strega c’è spesso una congrega – parafrasando l’apertura di un capitolo del film – e la pluralità di streghe mostrate crea moltitudine e vicinanza. La stessa solidarietà e sorellanza che per Sankey sono state ancora di salvezza nel suo percorso di guarigione: alla selezione di scene di film si alternano infatti le testimonianze dirette di Sankey, ma anche delle donne che hanno vissuto esperienze simili e che hanno saputo capirla nel momento in cui ne aveva più bisogno. Witches è un piccolo gioiello da non perdere.
Donne alle prese col mondo, a cura di Nicole Erbetti
Shiva Baby – Emma Seligman, 2020
Se si è alla ricerca di una commedia dirompente e dai tempi comici più che azzeccati, allora non c’è altra scelta se non l’opera prima di Emma Seligman, Shiva baby. Uscito nel 2020, la pellicola è la perfetta rappresentazione di ciò che significa crescere e cercare il proprio posto tra gli adulti. Solo che Danielle (Rachel Sennott) è tutto fuorché risolta e lo si scopre al funerale ebraico di un suo lontano parente, tra una domanda pressante e un’insinuazione antipatica snocciolata dagli ospiti: Danielle è una studentessa universitaria che vive di espedienti e, per arrotondare, fa la sex worker, soffre di disturbi alimentari ed è bisessuale. Una bomba a orologeria pronta a esplodere quando, al banchetto dopo il rito religioso, incontra la sua ex ragazza, Maya (Melly Gordon), e il suo attuale sugar daddy, venuto insieme alla sua consorte (Danny Deferrari e Dianna Agron).
Una commedia degli errori dal ritmo incalzante, claustrofobico e tentacolare da cui Danielle cercherà di districarsi in ogni modo, per affermare la propria identità senza vergogna.
Persepolis – Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, 2007
Tratto dall’omonima graphic novel della disegnatrice iraniana Marjane Satrapi, Persepolis, uscito nel 2024, racconta un Iran che cambia dagli occhi di una bambina, che poi cresce e diventa prima adolescente ribelle, amante del punk, e poi una donna nella Repubblica Islamica. Nel 1978 Marjane va alle elementari e sogna di diventare un profeta in grado di salvare il mondo: allevata in una famiglia particolarmente moderna e liberale, segue le vicende della Rivoluzione e della successiva instaurazione della Repubblica Islamica con gli occhi di una bambina che vede il mondo intorno a sé cambiare radicalmente. Sarà solo con la crescita e la ribellione giovanile che la caparbia Marjane si scontrerà con l’irrigidimento delle regole sui costumi e sui comportamenti da rispettare, al punto che la famiglia, per proteggerla, la manderà a studiare a Vienna. Lì Marjane dovrà fare i conti con una società diversa e con la sua condizione di esule, alla ricerca di una nuova identità che si scontrerà inevitabilmente con la sua cultura. Dopo un periodo turbolento, Marjane tornerà in Iran, questa volta da giovane adulta, tra le braccia delle persone che la amano.
Personalissimo e auto-centrato, la forza di “Persepolis” risiede proprio nel racconto di una formazione di una ragazza durante gli anni della Rivoluzione e di come gli eventi storici travolgano i singoli, modificandone i destini e le sorti.
Terre mari e continenti, a cura di Fabio Mastroserio
Loveless – Andrej Zvjagincev, 2017
Ženja e Boris sono elementi ormai lontani di una coppia in crisi che, in pieno divorzio, si (pre)occupano soltanto della vendita del loro appartamento, ultimo ostacolo alle loro reciproche libertà. Sullo sfondo del loro egoismo e delle nuove vite attraverso le quali sembrano aver già reciso ogni legame col passato, c’è il figlio adolescente Aljoša, appena dodicenne, non voluto e frutto di un “incidente”: ignorato, escluso, ridotto a presenza superflua e silenziosa. Quando Aljoša scompare non tornando da scuola, la polizia non può che rispettare i tempi previsti dalla legge; un gruppo di volontari, invece, viene incaricato di ricercare il bambino portando alla luce il gelo di una famiglia incapace di amare, specchio di qualcosa che sembra agitare come uno spettro le strade e i grandi blocchi di Južnoe Tušino, quartiere moscovita del Distretto Nord-occidentale, scenario e protagonista a sua volta del racconto. Diretto da Andrej Zvjagincev (Il ritorno, Leviathan), Premio della giuria alla 60ª edizione del Festival di Cannes, Loveless è la resa dei conti di una umanità disperata, di un mondo adulto incapace di guardare in volto il proprio fallimento, affresco sotto forma di thriller silenzioso e privo di speranza, metafora di una Russia che sembra ghiacciare – come nella madre di Aljoša, interpretata in maniera straordinaria da Mar’jana Spivak – le possibilità di cambiamento del Paese dal quale sembra rimuovere ogni orizzonte di futuro.
Gli oceani sono i veri continenti – Tommaso Santambrogio, 2024
Sviluppato a partire dall’omonimo cortometraggio, Los océanos son los verdaderos continentes rappresenta l’esordio alla regia di Tommaso Santambrogio, milanese, classe 1992. Girato in un bianco e nero ricco di sfumature, con una grana densa e coinvolgente che si ricuce a quella delle fotografie che, sul finale dell’opera, riempiranno la superficie bianca dello schermo, Gli oceani sono i veri continenti è ambientato lontano dalla Cuba turistica e cristallizzata da un immaginario ormai comune, in un paesino dell’entroterra: San Antonio de los Baños. Qui, Santambrogio intreccia tre storie mescolando finzione e realtà, declinandole nelle possibilità di tre Tempi. Il passato con una donna anziana, Milagros che, nella sua casa, accompagna i riti domestici rileggendo secondo un ciclo infinito le lettere di Miguel, l’amore della sua vita mai più tornato dalla guerra in Angola. Il presente affidato all’amore incerto tra Edith e Alex, che lavorano insieme a progetti teatrali sul recupero delle radici e a cui è affidato il movimento dell’opera. E il futuro, infine, attraverso Alain e Frank, due bambini indivisibili che sognano un mondo lontano guardando i grandi giocatori di baseball. Lontano anni luce da certo cinema italiano, fatto di ambienti chiusi e storie personali, Santambrogio realizza un’opera prima impressionante per solidità e stile tra Béla Tarr e Lav Diaz cui molto deve e con il quale ha collaborato per il documentario Taxibol. Un lavoro che è un inno al Cinema, alla poesia, alla libertà e al sogno come unica possibile matrice di ogni resistenza.
Tabu – Miguel Gomes, 2012
Nel Portogallo dei nostri giorni, la signora Aurora è una simpatica quanto lunatica vecchina che vive le sue giornate assistita dalla cameriera Santa e dalle attenzioni della vicina di casa Pilar. Quando le sue condizioni di salute, però, si fanno critiche, la donna – che attende invano una figlia misteriosa e perde tutto il suo denaro al Casinò Estoril – lascia sfuggire dai cancelli della sua memoria un passato africano e l’amore per un certo Gian Luca Ventura. Al Paradiso Perduto della prima delle due parti in cui il film formalmente è diviso, fa, così, seguito la seconda intitolata semplicemente: Paradiso. Qui la storia è ambientata durante gli anni ’60 nell’Africa del Colonialismo portoghese, nella fattoria che aveva Aurora da giovane, alle pendici del Monte Tabu – ma il titolo è anche omaggio dichiarato dell’autore all’omonimo film muto del 1931 scritto e diretto da Friedrich Wilhelm Murnau. Presentato alla 62ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, Tabu ha fatto conoscere al mondo il talento e la visione del regista portoghese, incentrati su un cinema capace di unire la rigorosità del racconto e della narrazione per immagini a una forma di gioco, serio, attraverso il quale nella modulazione dei generi – qui sospesi tra il muto e il melodramma – Gomes riesce a tratteggiare nuove possibilità espressive. Lirico, ironico, romantico, espressivo, Tabu racchiude in sé le due anime di Gomes, la sua capacità di saper guardare alle strutture sociali, storiche e politiche del suo paese mescolandole con la pasta dei meccanismi cinematografici e delle vertigini dei sogni.

Una storia on the road, a cura di Raffaele Calvanese
Gasoline Rainbow – Bill Ross IV e Turner Ross, 2023
Libertà e disobbedienze, a cura di Antonio Gatto
Return to Seoul – Davy Chou, 2022
Return to Seoul di Davy Chou mescola la ricerca delle radici ad una ipermodernità luminosa e accelerata. In una Seoul notturna e stroboscopica, il tempo avanza a ritmo di musica elettronica e di brindisi alcolici mentre Freddie si addentra dentro le sue stesse origini, ritrovando la Corea dopo essere stata adottata da bambina da una famiglia francese. Il film segue la ricerca della ragazza costantemente tesa tra la ricerca della sua famiglia ed il bene palpabile tra chi le ha fatto da genitore. Un’avventura fatta di incontri, di balli, di lunghe chiacchierate e dagli ostacoli posti da chi biologicamente le ha imposto lo stare al mondo. Un film sull’incomunicabilità, sulla sottrazione di sé e sulle scelte ultime della vita. Freddie durante la sua permanenza a Seoul si costruisce e ricostruisce, aggiungendo al proprio sé tutti i pezzetti che riesce a raccogliere in questo suo nuovo viaggio, possiamo vedere la sua personalità modificarsi, in un saliscendi che la porta ad essere sé ed altro da sé ne tentativo di scoprirsi sempre in maniera nuova, un viaggio in cui possiamo essere spettatori o accompagnatori.
What Do We See When We Look at the Sky? – Alexandre Koberidze, 2021
What Do We See When We Look at the Sky? di Alexandre Koberidze è facilmente definibile come un incanto. Il film si regge su delle premesse magiche dove lo spettatore deve mettere in pausa la realtà e riscoprire il senso dell’amore e della ricerca dell’altro all’interno di una fiaba. Durante l’estate dei mondiali di calcio Lisa e Giorgi vivono l’impensabile e lo spettatore si trova a seguirli all’interno di una rincorsa surreale immersa nei paesaggi georgiani, in dimensione ex-socialista decadente e un mondo naturale fatto di luci e fiori di cui sembra di poter sentire il profumo. Lo spettatore conscio degli eventi magici più degli stessi personaggi si trova quasi a fare il tifo, come in quei mondiali che allo stesso tempo stanno avvenendo, per una soluzione che possa coinvolgere la tenerezza, tenerezza che viene trasmessa da ogni piccolo avvenimento disperato, per quella che sembra che sembra essere un’ingiustizia irreparabile a cui solo un’altra magia può porsi come soluzione. Questa magia arriverà?
Libere, disobbedienti, innamorate – Maysaloun Hamoud, 2016
Libere disobbedienti innamorate di Maysaloun Hamoud racconta le storia di tre ragazze palestinesi che vivono a Tel Aviv. Il film essendo del 2016 precede di gran lunga i mostruosi eventi odierni, ma enuclea già alcuni elementi che tracciano una netta separazione tra i mondi in questione. Le diatribe linguistiche, la ricerca del simile, mostrano delle bolle che si muovono all’interno di alterità che danno la dimensione dell’incommensurabile e dell’inassorbibile a cavallo tra non-volontà e impossibilità. La dimensione della differenza si muove in una doppia spazialità sia rispetto al mondo estraneo, sia in relazione alle pluralità da cui sono composte le ragazze, sia da un punto di vista religioso che dal punto di vista della sessualità. Il film di Maysaloun Hamoud le segue tanto come gruppo che come individualità, raccontandone le storie particolari e gli intrecci della vita quotidiana. È un film che non ha timore di mettere in scena la violenza, l’abuso e la ricostruzione delle proprie identità oltre gli abbandoni e i soprusi. Il tutto si articola in una Tel Aviv vivace e notturna che però non può più essere vista come una semplice città, poiché il richiamo all’oggi risuona terribile. “Libere disobbediente innamorate” alla sua uscita era un film sul femminile all’interno di dimensioni incommensurabili (e lo è ancora) ma ad oggi la sua lettura non può che ricadere nel moderno, scavando nel germe dell’orrore.
Messico memoria gatti, a cura di Ilaria Matteoni
Noche de Fuego – Tatiana Huezo, 2021
Adattamento del romanzo della scrittrice americana Jennifer Clement, Prayers for the Stolen, pubblicato nel 2014 per Random House, Noche de Fuego costruisce i confini d’un villaggio periferico di San Miguel per tramite di quattro bambine cresciute allo sfrigolare dei falò che illuminano la piazza centrale e tra periodiche incursioni del cartello messicano, manifestantesi sottoforma di un paio di pick-up neri che, procedendo casa per casa, sottrae corpi femminili al nucleo residenziale – a partire da Juana, di cui restano soltanto una casa vuota, una madre stuprata e un infradito ricolmo di fango. Huezo innesta, con la sensibilità tale di colei che – ben consapevole della carica drammatica dell’evento in sé e dell’impossibilità d’illuminare la totalità del mondo – circoscrive le individualità tangibili abbassando la prepotenza diegetica della colonna sonora e ravviando la metamorfosi del montaggio, le questioni cardinali d’uno sviluppo non tanto interrotto (le mestruazioni sporcano pure le mutande delle figlie di San Miguel), quanto claudicante, dallo sfruttamento minorile in cava sino a rapimento e prostituzione forzata, passando per l’inaccessibilità a servizi sociali fondamentali tra cui, sulla vetta, figurano assistenza sanitaria, istruzione, regolarità d’un impiego legalmente organizzato e retribuito. Ma è la schizofrenia del montaggio – ed è in ciò che Huezo si rivela essere una delle migliori registe emerse nell’ultimo decennio – a garantire la dignità alle niñas, a un’infanzia che, censurata per salvaguardia, irrompe nell’abbraccio mormorato di Ana, María e Paula: al silenzio imposto, essenziale all’intercettazione precoce dei trafficanti, è giustapposta la risata sbracata d’adolescenti innamorate; sul lavorio della formica, che trasporta escrescenze floreali lungo il tronco, domina l’immagine di una donna sola, madre, costretta a seppellir viva la figlia. Cosa dovremmo fare se una di noi se ne va improvvisamente?
Memoria – Apichatpong Weerasethakul, 2021
Come si può dar corpo a un suono di memoria? Una silhouette d’ombra, il sonno interrotto da un tonfo metallico e rotondo, apre il primo lungometraggio internazionale di Weerasethakul, vincitore del Premio della giuria in occasione della 74esima edizione del Festival di Cannes, al centro del quale procede una sconcertante Tilda Swinton che, nei panni di Jessica Holland – abitante a Medellín e coltivatrice d’orchidee, in visita alla sorella ricoverata nell’ospedale di Bogotà, s’insinua nella Colombia infestata: e gli spiriti han foggia di cani, di antichi crani trapanati, di sinfonie urbane proiettate dal coro d’allarmi di sicurezza. La ricerca della concretezza del suono incipitario (che più e più volte infrangerà la Storia, facendo sobbalzare inevitabilmente lo spettatore) accoglie in sé la possibilità di solidificare il reale, coadiuvata da piani rallentati e dal silenzio diegetico che inquadra gli accadimenti, e d’interrogare la natura del ricordo; ricordo che, quale suono e – dunque – corpo/vibrazione, il terreno assorbe, trasfigurando il Mondo in un palinsesto d’esistenze fantasmatiche. Se la pietra custodisce il ricordo, vano è il tentativo d’individuare un nucleo psichico riservato poiché, alla stregua dei funghi e dei batteri, il tutto è permeabile: Memoria ammette il pianto di reminiscenze non nostre, la costituzione – più necessaria che mai – d’un unico organo entro il quale congiungere ancora colui che sogna e colui che muore.
Po Sui Tai Yang Zhi Xin (A Short Story) – Bi Gan, 2022
C’era una volta un gatto nero, nomade e senza amici, nessun proposito orientava la sua vita. Quattro anni dopo il monumentale Diqiu zuihou de yewan (Long Day’s Journey into Night), Bi Gan torna alla regia e alla sceneggiatura presentando questa breve favola nata dall’incontro tra un gatto e uno spaventapasseri, racchiusa in un elegante quadrotto adeguato all’inseguimento dei passi rapidi del felino. Come si confà a qualsiasi favola degna del nome, una croce di fiamma, che sintetizza l’unione dei due corpi, inaugura il viaggio della cinepresa: tre saranno gli strani figuri verso i quali dirigersi, uno il quesito al quale cercar risposta: «Qual è la cosa più preziosa al mondo?». Caramelle dolcissime che l’androide fabbricava in un vecchio orfanotrofio, la lettera dimenticata di un amante perduto, un ammasso sferico di terriccio entro un cabaret à la Twin Peaks; il gatto procede indossando i resti dell’amico e la poesia visiva, esacerbata qui per versi sottili e fragilissimi, suggella in un’ultima margherita, nel cono di luce che penetra la finestra sfasciata, nello sferragliare delle rotaie fuso assieme alle cadenze elettriche di Wang Wen l’autenticità dell’enigma: perché il prezioso sia rivelato, è necessario riandare alla casa.
Motivi estivi, a cura di Federica Guglietta
Quell’estate con Irène – Carlo Sironi (2024)
Si intitola Quell’estate con Irène, ma potrebbe benissimo chiamarsi una cosa come “Del tempo rubato alla nostra adolescenza”, io purtroppo non sono brava con i titoli. È il secondo (bellissimo) film di Carlo Sironi. Avrei voluto tanto vederlo al cinema, l’ho recuperato su MUBI.
Racconta una parte della vita di Irène e Clara, due adolescenti che si incontrano nell’estate del 1997 dopo aver entrambe affrontato un periodo più o meno lungo di terapia in una clinica per malati oncologici. A unirle, proprio per il loro vissuto recente, quella voglia di riprendersi a mozzichi il tempo che la malattia ha tolto a entrambe. Così Irène e Clara lasciano il campo estivo della clinica e partono, in direzione di una Sicilia che sembra lontanissima, tutta sole e mare. Diversissime sia per carattere che per aspetto fisico, le due (interpretate da Noée Abita e Maria Camilla Brandenburg) diventano da subito indispensabili l’una all’altra, cercando sempre di farsi forza a vicenda per non lasciarsi sopraffare dalle paure, da tutto il resto.
È un film che non ti aspetti, Quell’estate con Irène. Un film di formazione profondo e delicatissimo, quasi sussurrato, fatto da novanta minuti di preoccupazione e di stupore. Una cartolina azzurrissima scattata come se fosse una polaroid, in cui il dolore delle due amiche protagoniste piano piano sfuma e si perde nella malinconia e in un profondo attaccamento alla vita.
Antieroi e eroina, a cura di Simona Ciniglio
Baby Bump – Kuba Czekaj
Film polacco del 2015, realizzato nell’ambito del programma Biennale- College Cinema della Biennale di Venezia, Baby Bump racconta il traumatico passaggio dall’infanzia alla pubertà di Mickey House. 11enne in lotta con le sue orecchie a sventola, Mickey House assiste alla poco rassicurante frammentazione del suo io, diviso tra le insidie di una madre che lo vorrebbe ancora bimbo, un corpo visitato da pulsioni violente e incontrollabili, che sembra rivoltarglisi contro, e la scuola, luogo in dis-equilibrio tra trasgressione e repressione. Portare in scena il corpo e la scoperta del desiderio -ciò che fa Kuba Czekaj, il regista di questo strano film- vuol dire inoltrarsi nello scontro implosivo tra psiche e società, in quel conflitto politico, per dirla con Marcuse, che sempre buca la realtà, e in questo caso lo schermo. Il linguaggio visivo da fumetto pop e i colori brillanti di una fotografia perfetta, supportano il deragliamento allucinato di tensioni non riproducibili. Il ricorso allo split screen è efficace nel riverberare un disagio incomunicabile ma trasversale. Un film disturbante, presuntuoso il giusto, di quelli che sarebbe meglio scoprire per caso, senza averne letto, oppure avendone letto e dimenticato.
Amore tossico – Claudio Caligari
Ma come, dovemo svortà e te piji er gelato?
Il primo devastante lungometraggio di Claudio Caligari del 1983, restaurato nel 2021, è uno dei film più crudi e indimenticabili mai girati sulla dipendenza da eroina. Nato come documentarista, lo sguardo di Caligari sul mondo della tossicodipendenza riprende la lezione di Pasolini -a cui fa più di un omaggio- mostrando la fortunosa quotidianità di un nuovo sottoproletariato, annichilito dall’eroina. Cesare, Roberto detto Ciopper, Michela, Enzo, Loredana e altri disperati, conducono esistenze squallide, votate alla ricerca e consumo quotidiano della dose. Accattonaggio, furti, rapine, prostituzione, tutto, pur di “svoltare”. Girato tra la periferia romana e la spiaggia di Ostia, il cast di attori non professionisti, uniti dalla reale esperienza con l’eroina, il linguaggio romanescamente accurato, barocco, l’ironia sincera, non bastano a spiegare perché si finisca con l’empatizzare tanto con i personaggi. Forse perché spenti e fiaccati dalla dipendenza, degradati e persi, nel vagheggiare un ritorno alla normalità, o nel provare (senza riuscirci) a por fine allo strazio; nello schizzare una parete di sangue in nome di un’avanguardia artistica tossicomane; nel cantare in coro in auto Per Elisa di Alice a mo’ di inno, contro il cielo che annotta, di Cesare e compagni si percepisce l’umanità vera, gli si vuol bene.