Sono sempre un po’ restio a scrivere recensioni perché non credo di saperne scrivere, ma ci sono eventi che valgono la pena di mettersi alla prova con cose di cui non ci riteniamo capaci: l’uscita del nuovo disco di Angel Olsen è certamente, nella mitologia personale del sottoscritto, uno di questi. La strada compiuta a oggi da questa ragazza del Missouri si è allungata in misura inversamente proporzionale alla sua frangetta, specialmente a partire dal momento in cui Born Your Fire for No Witness ha fatto irruzione nei negozi di dischi imponendosi come uno dei più bei dischi di folk-rock cantati in voce femminile del 2014.
Un tale e improvviso successo ci pone di fronte a My Woman con delle aspettative importanti, che tuttavia non vanno deluse. Infatti Olsen è una songwriter sicura in studio almeno quanto appare a suo agio e grintosa nelle sue performance sui palchi internazionali di diversa grandezza, e di mestiere nelle varie tappe di una carriera cresciuta tra Chicago e la California ne ha imparato tanto. Fin dal pezzo di apertura Intern, perciò, questo suo terzo lavoro non appare una sorpresa, quanto piuttosto una conferma, nonché conferma che non si vive di solo mestiere.
In un mercato musicale in cui si punta tutto su pochi minuti di ascolto che ci fanno propendere per l’acquisto di un disco o meno, c’è infatti classe e carattere dietro la scelta di ridurre il ventaglio di sonorità dei primi brani del nuovo lavoro per costruire un suono omogeneo e compatto che suona rock nella sua percezione più tradizionale e che rievoca il repertorio ormai consolidato a cui ci ha abituati, ma che poi più o meno a metà del disco si apre all’esplorazione di suoni totalmente inediti, più intimi e rarefatti, e le distorsioni si sciolgono in riverberi che individuano spazi di profondità in cui poter esplorare ulteriori tonalità di una voce meravigliosa e versatile come poche.
Così, se nel momento in cui mettiamo il vinile sul piatto e vi appoggiamo la puntina, brani come Shut Up Kiss Me e Give It Up ci trasmettono una sensazione di familiarità, piuttosto che quella di straniamento che ci aspettiamo da un disco nuovo, è solo perché Olsen è un’ospite premurosa e intende accoglierci nella sua nuova casa accompagnandoci per mano stanza dopo stanza, col caffè già sul fuoco, e quando siamo comodi a nostro agio sul divano, allora si lascia andare e ci introduce pezzi che invece ci sorprendono sempre di più: ballate come Hart Shaped Face, Sister, Those Were the Days, che riveste le pareti addirittura di nostalgia, in un crescendo di intensità che ci porta fino all’ultimo Pops, che si adagia sulla pelle con la grazia di una carezza. Non ho trovato quindi un limite nel fatto che My Woman riprenda all’inizio molte sonorità di Born Your Fire for No Witness, espandendo in nuove direzioni un discorso avviato in quella sede, e se ne allontani gradualmente per poi stupirci con soluzioni vocali assolutamente nuove alle nostre orecchie man mano che ci approssimiamo alla chiusura, e ho apprezzato tantissimo la scelta di un disco che parte di subito energico e combattivo per poi adagiarsi pian piano come avvinto da una progressivo ripiegamento, quasi un senso di spossatezza.
Quando penso alla persona dietro l’artista, Angel me la sono immaginata dall’inizio proprio così. Gli ascolti successivi confermano questa gradevole alternanza di agio e spaesamento che restituisce l’idea di un rapporto di amicizia già avviato che si intensifica attraverso ulteriori frequentazioni. Non è noia, né ripetitività, bensì una merce piuttosto rara tra i giovani musicisti: una definita idea di coerenza artistica. Meriterebbe un approfondimento anche la composizione dei testi, a partire dal titolo My Woman, che introduce un cambiamento significativo rispetto agli argomenti introdotti nei primi due dischi, innanzitutto una volontà di esplorare la propria femminilità ma come dall’esterno – cosa si nasconde dietro l’espressione stessa “la mia donna”, per capirci – ma magari ci sarà modo di tornarci in un altro contesto. Come quando, riponendo il vinile nella custodia, conserviamo la sensazione che Olsen abbia ancora tanto non detto da parte, e che si sia tenuta le carte migliori da giocare per la prossima mano.